Nel volume Dante e la cultura medievale (1942), Bruno Nardi pubblicò il saggio Dante profeta, tuttora un punto di riferimento indispensabile per gli studiosi. Nel ripubblicare quel volume nel 1983 Tullio Gregory sostenne che il tema del profetismo era «del tutto estraneo alla prevalente esegesi dantesca». L’intervento cerca di problematizzare questa tesi, soffermandosi in particolare sui contributi di Giovanni Gentile, Ernesto Buonaiuti e Umberto Cosmo. Ricollocati nel particolare contesto politico e ideologico di anni cruciali nella storia italiana, segnati dalla prima guerra mondiale, dall’avvento del regime fascista e dai Patti Lateranensi, questi lavori aiutano a capire come Nardi non creò dal nulla una nuova interpretazione del profetismo di Dante: come in altri ambiti degli studi danteschi egli seppe sviluppare in modo originale spunti già emersi, diede loro un più adeguato fondamento filologico ma al contempo li inquadrò entro un impianto teorico molto forte, strettamente legato alle discussioni interne al neoidealismo italiano e al confronto fra Croce e Gentile.
