WORKSHOP 13 - PRIMAVERA 2019 (2)
Inferno. Strutture, fonti, modelli

Società Dantesca Italiana

Firenze il 23 maggio 2019
Palagio dell’Arte della Lana - Via Arte della Lana, 1


PROGRAMMA


ore 15.00

Presiede Giuseppe Ledda (Università di Bologna)


Theodore J. Cachey Jr. (University of Notre Dame)
Mappe e strutture topografiche dell’ Inferno dantesco

Dante crea le premesse per letture cartografiche del poema dandone lui stesso un esempio nell’XI canto dell’Inferno, dove Virgilio o re una mappa del regno doloroso incompleta e problematica da più pun- ti di vista, una mappa che è sia geografica che morale e che serve da stimolo al lettore perché ne costruisca una da sé. In questo intervento si cerca di illustrare brevemente una metodologia cartografica di lettura della prima cantica su almeno tre piani. Prima di tutto c’è una mappatura dell’Inferno come spazio della finzione. Un secondo piano di mappatura è rappresentato dalla cartografia del mondo reale. Le prime due categorie di mappatura, quella della finzione e quella della realtà geografica fuori dal testo, dovrebbero essere considerate sia in relazione fra di loro, sia in rapporto con un terzo piano di mappatura che è quella del testo come territorio da mappare. Dante, infatti, in- vita il lettore a fare il cartografo del testo in questo senso già dal settimo canto in poi, dal momento in cui le frontiere dei cerchi dell’alto Inferno non corrispondono più ai limiti testuali dei canti. La mappa delle strutture topografiche della cantica raggiunge il suo massimo livello di complessità nell’ottavo cerchio di Malebolge dove i rapporti fra le dieci bolge in cui sono punite le varie categorie dei fraudolenti e i tredici canti in cui tali categorie vengono trattate sono gestiti secondo una “proporzione divina” (la sezione aurea). Dante iscrive anche la sua firma da autore-cartografo al centro di questa struttura: «E io a loro: “I’ fui nato e cresciuto / sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa, / e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto”» (Inferno XXIII, 94-96).

Sonia Gentili (Università di Roma La Sapienza)
Gli inferi classici nell’ Inferno

In che modo le tradizioni classiche (virgiliane e lucanee, anzitutto) sono sta- te interpretate da Dante per costruire il suo inferno? Si propone una messa a punto del tema che rintracci nel poema non solo singoli elementi dell’oltretomba classico, ma anche la rielaborazione delle leggi che in quel con- testo regolano il rapporto dei vivi col regno dei morti, ne fissano le soglie e l’eventuale possibilità di valicarle da vivi: terreno di confronto cruciale tra cultura cristiana e pagana, oltre che motivo centrale del viaggio dantesco.

Ronald L. Martinez (Brown University)
Presenze bibliche e linguaggio sacro nell’ Inferno

Il tema del sacro nell’Inferno si può articolare secondo i modi in cui la presenza di Cristo a ora nel testo della prima cantica. Ben lungi dall’essere taciuto nel regno del male, Cristo, o Dio, viene accennato in non poche occasioni durante il percorso infernale del pellegrino. Altrettanto importanti, in quanto collegate alla storia della redenzione, sono le tracce siche della presenza di Cristo nell’inferno, cioè le ruine lasciate dal terremoto al momento della morte di Gesù. Indicate diver- se volte nella prima cantica, le ruine sono la prova visibile della discesa del salvatore agli inferi e collegano il viaggio del Dante pellegrino, svolto tra un venerdì sera e una domenica mattina, all’azione liturgica che durante il triduo della Settimana Santa commemora la passione di Cristo. Fra gli episodi che dimostrano un collegamento del genere c’è quello degli ipocriti del canto XXIII, fra i quali si trovano crocefissi i sommi sacerdoti del sinedrio che consigliò il sacrificio di Cristo. Finalmente, e ancora più fondamentale, è il rapporto causale, e persino etimologico, fra la passione di Cristo e il sistema dantesco delle punizioni, cioè il contrapasso. Visto che il peccato sempre offende la persona del redentore, implicando un rifiuto del suo gesto salutifero, il contrapasso può essere inteso come imitazione, in chiave negativa, delle sofferenze di Gesù. Queste sono ricordate nel poema proprio con variazioni dei participi del verbo patire : i passi e i passuri piedi (Par. XX, 105). Da tale prospettiva si può capire come il supplizio dell’anima di Pier della Vigna, rinchiuso in un arbusto che geme parole e sangue, sia leggibile come un’immagine della crocefissione. L’idea trova il suo riassunto definitivo con la figura di Satana al fondo (e al centro) del baratro, che, com’è stato rilevato dagli studiosi del poema, è un esempio del diabolus in patibulo della tradizione esegetica.

Lino Pertile (Harvard University, Emeritus)
L’ Inferno tra cultura d’élite e cultura popolare

Mentre la lettura accademica, segnatamente negli ultimi cinquant’anni, ha teso a fare della Commedia un libro su altri libri e su se stesso come libro, la lettura popolare continua a prenderlo sul serio, cioè a riconoscerlo e amarlo – nella misura in cui lo riconosce e ama – come libro sulla vita, libro che esplora, mette a nudo e giudica i segreti meccanismi del comportamento umano, dai più sordidi ai più sublimi, libro che, premiando i buoni e punendo i cattivi, risponde al naturale desiderio di giustizia dell’umana società; ma anche libro eminentemente memorabile per i versi orecchiabili, le ruvidezze plebee, le sublimità mistiche, le sonorità verdiane, le terribilità michelangiolesche, le vaghezze romantiche. Senza togliere nulla all’idea di un Dante curiosissimo divoratore di libri e indagatore di saperi scritti, si vorrebbe qui richiamare l’attenzione su aspetti meno libreschi della Commedia, aspetti legati alla «dimensione collettiva dei fenomeni culturali», alle esperienze della vita quotidiana del suo autore, al suo essere uomo del suo tempo, capace in misura somma di captare, assimilare, metabolizzare la cultura bassa e non-scritta con la stessa serietà con cui assorbe la cultura alta e scritta.

Silvana Vecchio (Università di Ferrara)
Le strutture morali dell' Inferno e la filosofia medievale

Il periodo di poco più di un secolo compreso tra la composizione dell’Etica di Abelardo (1139) e la traduzione completa dell’Etica Nicomachea di Aristotele (1246) delimita una sorta di enorme laboratorio all’interno del quale la riflessione dei maestri medievali si misura con la ripresa e la discussione dei più importanti temi etici dibattuti dalla filosofia antica e dalla patristica cristiana, elaborando le linee essenziali di una nuova teologia morale. In questo contesto il tema del peccato, della sua definizione e delle sue classificazioni occupa uno spazio sempre più importante nel dibattito teologico morale, che risente anche dei profondi cambiamenti nell’organizzazione della pastorale religiosa: se l’importanza crescente della predicazione si fa veicolo di narrazioni sempre più articolate sul tema del peccato, il ruolo centrale che il Concilio Laterano (1215) attribuisce alla pratica penitenziale impone l’esigenza di definirne con precisione le gerarchie di gravità e le modalità di espiazione. La Commedia dantesca rappresenta un interessante punto di osservazione per veri care la circolazione delle dottrine morali anche al di fuori del dibattito universitario e della pratica pastorale. Ma la necessità di tradurre in termini poetici tale vasta riflessione sul tema del peccato impone soluzioni almeno in parte nuove rispetto a quelle elaborate dai teologi e dai predicatori. È il caso della complessa architettura dell’Inferno dantesco, nella quale i diversi motivi che attraversano la teologia morale convivono con un approccio di tipo più giuridico-politico al problema della colpa e della punizione.


ore 17.00

discussione

ore 19.00
chiusura dei lavori



PROGRAMMA DEL WORKSHOP
IN FORMATO PDF DA SCARICARE


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